Fonte: LIMES-Rivista di geopolitica
L'ennesima smentita della morte di Castro alimenta due teorie: per
alcuni Fidel è in fin di vita, per altri è lucidissimo. La riforma sui
viaggi a Cuba è un trucco. Dopo la vittoria di Chávez, in Venezuela è
già aperta la corsa alla successione.
di Maurizio Stefanini
“Uccellacci del malaugurio! Non ricordo neanche cos'è un mal di testa!”. Prima una foto assieme all’ex vicepresidente venezuelano Elías Jajua, poi un suo articolo su Granma
hanno messo fine al rimpallo di notizie fra social network e stampa
internazionale che dava Fidel Castro per moribondo o addirittura per già
morto cerebralmente, ma tenuto in vita da una macchina.
Non essendo il tam tam una pura falsificazione, ma
basato sul fatto che dalla visita del papa a marzo Fidel non si era più
visto in pubblico e da giugno non aveva più pubblicato uno scritto,
questa improvvisa ricomparsa ha favorito due scuole di pensiero. La
prima si è concentrata sul suo aspetto chiaramente sofferente, per
ipotizzare che troppo bene non deve stare, e che dunque le sue sempre
più lunghe sparizioni dalla scena sono il segnale di una salute sempre
più declinante, anche se non ancora al capolinea. È questa ad esempio la tesi della blogger dissidente Yoani Sánchez.
La seconda ipotesi si basa sulla strafottente vivacità del suo ultimo scritto
e ne deduce che se il fisico è declinante il cervello è ancora di
prim'ordine, e che questo stesso suo modo di comparire e riapparire non
sarebbe altro che una sofisticatissima tattica per continuare a tenere i
cubani e il mondo sulle corde. Questa è la tesi del quotidiano venezuelano El Universal.
Il fatto che questa seconda interpretazione sia comparsa in Venezuela,
peraltro, è significativo proprio perché Fidel ha scelto Jaua come
“discepolo” a cui manifestare la sua resurrezione. Un lettore di questa
rubrica che si firma “Azzoizzo” e di cui intuiamo una forte simpatia per
Hugo Chávez ha commentato così l’analisi
dell'autore a proposito dei flussi elettorali rivelati dalle ultime
presidenziali in Venezuela: “Manipolazione occidentale ‘libera’. Pur di
non ammettere che il ‘dittatore’ Chavez ha vinto con elezioni libere e
democratiche si scrivono analisi demenziali. Io vedo il bicchiere mezzo
pieno. Soy ottimista”.
Al contrario: proprio l'aver analizzato i flussi elettorali delle votazioni venezuelane
dimostra che l’autore di queste note riteneva il voto complessivamente
affidabile dal punto di vista democratico. Non perché non vi siano
manipolazioni da parte del potere in Venezuela, ma perché queste da
quando Chávez è presidente non sono mai state tali da impedire la
vittoria dell’opposizione quando quest'ultima ha elaborato una strategia
vincente.
Semmai Chávez ha truccato le carte in seguito,
ma questo è un altro discorso... D’altra parte, se sostenere che la
vittoria di Chávez, pur netta, è stata inferiore al passato significa
“fare analisi demenziali”, allora a fare analisi demenziali è lo stesso
Chávez, nel momento in cui ha riconosciuto che se fosse stato in
“condizioni piene”, invece di essere costretto a fare una campagna
elettorale “al 10% delle sue capacità fisiche”, avrebbe vinto col 20% di distacco su Capriles. Insomma: il presidente si trova d’accordo con questa rubrica sul fatto che la sua sia stata una vittoria in tono minore.
Il problema è capire perché a Chávez sia andata così.
L’ipotesi dell'autore di queste note era che l’avanzata
dell’opposizione fosse stata arrestata solo grazie a una grande
mobilitazione, straordinaria ma probabilmente irripetibile. La
spiegazione di Chávez è legata alle sue condizioni di salute. Ma nel
corso della sua analisi, il capo di Stato si riferisce anche alla
decisione di destituire Jaua dalla carica di vicepresidente
sostituendolo con l’ex ministro degli Esteri Nicolás Maduro: una mossa
per comprendere la quale bisogna spiegare che nella Quinta Repubblica
venezuelana il vicepresidente è in realtà anche un premier alla
francese, e che è avvenuto, in parallelo, un ampio rimpasto di ministri.
Deduciamo che Chávez abbia pensato di aver dovuto supplire col suo
carisma alle carenze di un governo fallimentare, e abbia deciso di
cambiare squadra.
Jaua è stato mandato a candidarsi contro Capriles per il governatorato di Miranda, alle regionali del 16 dicembre. Qui, le possibili divergenze di interpretazione avranno un riscontro di falsificabilità popperiana,
dal momento che stando ai risultati delle presidenziali Miranda
dovrebbe essere persa dall’opposizione, che si ridurrebbe dal controllo
di cinque Stati a quello di un paio appena. Se questo non dovesse
avvenire, vorrà dire che l’ultima grande mobilitazione pro Chávez era
effettivamente irripetibile.
Importante sarà anche l’esito del duello tra Jaua e Capriles.
Se vince Capriles, si conferma come il leader dell’opposizione che può
preparare l’alternativa tra sei anni. In caso contrario, Jaua lo
eliminerà dal gioco politico e potrà rientrarci lui. L’avvicendamento
tra Maduro e Jaua riguarda infatti anche la successione a Chávez, e il
passaggio da un professore ideologo a un ex sindacalista relativamente
pragmatico. Per questo lo spot di Fidel per lui ha colpito i
venezuelani, e ha fatto intravedere addirittura una possibile dialettica
ideologi-versus-pragmatici: i primi sarebbero Fidel e Jaua; i secondi,
Raúl e Maduro. Probabilmente è una visione troppo schematica, ma
l’evoluzione in corso a Cuba potrebbe far sì che molti prendano
posizioni in precedenza impensabili.
La stampa italiana e internazionale si è occupata diffusamente dei possibili risvolti della riforma migratoria a Cuba; anche su Limesonline il tema è già stato affrontato. Si è ricordato che la misura in realtà era già stata prevista nel pacchetto di 313 riforme dal congresso del Partito Ccmunista dell’aprile 2011, riforme che stanno venendo attuate con particolare lentezza.
Si è spiegato che sebbene non siano più necessarie tarjeta blanca e carta de invitación,
la nuova legge manterrà “le misure per preservare il capitale umano
creato dalla Rivoluzione, di fronte al furto di talenti che praticano i
potenti” e il regime manterrà aperta la possibilità di negare il
passaporto per “ragioni di ordine pubblico”: previsioni che sembrano
escludere sia i professionisti che i dissidenti. Si è anche
puntualizzato che il prezzo del passaporto passerà da 55 a 100 pesos
convertibili, in un paese dove il salario medio è di 20 pesos
convertibili al mese. Si è osservato che da una parte con questa crisi
la maggior parte dei paesi del mondo non permetterebbe comunque
l’accesso a immigrati cubani; dall’altra negli Stati Uniti un possibile
flusso massiccio di isolani potrebbe determinare una crisi di rigetto
tale da indebolire il peso politico di quella lobby anticastrista di
Miami che da sempre il regime dell’Avana considera il proprio avversario
più deciso.
Yoani Sánchez ha riconosciuto che la riforma crea nuove speranze, ma ha consigliato di non farsi comunque troppe illusioni.
Proprio lei costituirà un’importante verifica dell'onestà e della
novità della legge, hanno detto in molti: molto dipende dal fatto che le
diano o meno il permesso di uscire e tornare.
La riforma è avvenuta quasi in contemporanea con la condanna a quattro anni di Ángel Carromero Barrios, vicesegretario del movimento giovanile del Partito popolare spagnolo accusato di omicidio colposo per la sua guida durante l’incidente in cui è morto il dissidente Oswaldo Payá.
Non solo la famiglia di Payá continua ad accusare il regime, ma la
retata in seguito alla quale alcuni dissidenti (che avevano cercato di
assistere al processo) sono stati arrestati e brevemente trattenuti
accresce senz'altro i sospetti.
Tra gli arrestati c’è stata proprio Yoani Sánchez,
che nelle interviste concesse nei giorni successivi all’evento aveva
indicato come la versione del governo fosse la più verosimile, fatta
salva l’opportunità di controlli. Perché questi controlli non sono stati
consentiti a un personaggio che pur essendo un avversario del regime in
questo caso era disposto a riconoscerne la buona fede e avrebbe
rappresentato la migliore conferma della regolarità del processo?
Ciò di cui non si è quasi parlato e che questa
rubrica ritiene utile segnalare al dibattito è che la riforma migratoria
non è rivolta solo ai cubani, ma anche agli stranieri. E forse è qui la
chiave di tutto. Con la legge che entrerà in vigore il prossimo 14
gennaio, infatti, non solo i cubani potranno recarsi all’estero in modo
più semplice, ma anche gli stranieri avranno facilitata la residenza a
Cuba.
L’articolo 92, in particolare, recita: “si
classificano come residenti di immobili le persone di cittadinanza
straniera proprietarie o affittuarie di abitazioni in complessi
immobiliari nel territorio nazionale e i loro familiari residenti in
questi immobili”. L’articolo 93: “gli stranieri classificati come
residenti di immobili potranno essere ammessi a Cuba per un anno,
prorogabile successivamente per un analogo termine”. La legge nel suo
complesso sembra indicare dunque una finalità economica più che
politica, come è d’altronde nello spirito delle riforme di Raúl Castro e
nel suo obiettivo: incentivare il turismo e le rimesse.
In contemporanea sono stati annunciati sforzi per rivitalizzare la produzione di zucchero, dopo alcune stagioni particolarmente cattive e un tentativo di riforma del settore. Difficile non collegare tutto ciò alla grande delusione di maggio, quando la Repsol ha abbandonato le ricerche che stava facendo al largo di Cuba con la piattaforma italiana (ma fabbricata in Cina) Scarabeo 9.
La venezuelana Pdvsa ha provato a prenderne il posto, ma per ora il
petrolio a Cuba non si trova, e abbandonata questa speranza Raúl deve
tornare alle risorse tradizionali.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento