Giulio
Fonte:THE ROAD TO LIBERTY
di Paolo Amighetti
6 ottobre 2012
Negli anni Novanta l'Italia fu scossa da due gravi terremoti che
sconvolsero la scena politica: lo scandalo di Tangentopoli, che segnò la
caduta fragorosa del sistema partitocratico della «prima repubblica», e l'avanzata, costante ed inarrestabile, del fenomeno leghista.
Tra il 1989 e il 1994, tutti i nodi parevano ormai venuti al pettine: si
dissolvevano sia l'ordine mondiale bipolare della guerra fredda, sia il
sistema partitico italiano che aveva retto le sorti della repubblica
per quasi cinquant'anni. Il crollo del muro di Berlino e lo scioglimento
dell'URSS decretavano la scomparsa del socialismo reale, e una
moltitudine di nuovi Stati dichiarava la propria indipendenza da Mosca.
La Cecoslovacchia si scindeva pacificamente per fare spazio alla
Repubblica Ceca e alla Slovacchia; la stessa Jugoslavia, spossata dalle
spinte centrifughe delle ex-repubbliche federative, crollava su se
stessa e scivolava in una spirale di violenza. Tutti questi eventi
impressionarono molto gli osservatori e gli studiosi, e Gianfranco
Miglio in particolare: secondo il costituzionalista comasco, la fine
della guerra fredda coincideva con una svolta ben più profonda e
significativa, e cioè con il tramonto dello Stato moderno.
«Quello che è accaduto alla fine del secolo, il nostro '89, è paragonabile per portata ed importanza soltanto al 1789; [...] è un evento di portata storica eccezionale. Due sono gli sviluppi: c'è la caduta di una certa concezione dello Stato, [...]
il crollo dei regimi comunisti ha significato la dissoluzione di una
concezione dello Stato che era cominciata con la rivoluzione del 1789;
l'altro sviluppo è legato alla fine dello Stato omogeneizzante,
unitario, sovrano, eterno nel tempo, che ha il diritto di ridurre tutti
all'omogeneità, perché questo concetto va in liquidazione. Ed ecco
l'emergere dei particolarismi.» [1]
Ed ecco, cioè, l'emergere delle «piccole patrie» nell'Europa
continentale e del regionalismo leghista nell'Italia settentrionale.
Miglio riteneva che la fase «ad alta intensità politica» del dopoguerra,
dominata dall'ideologia, si fosse ormai esaurita per lasciar spazio ad
un'epoca in cui avrebbero prevalso i rapporti contrattuali tra privati e
comunità ristrette; d'altronde la rivoluzione tecnologica, l'avvento
dei computer, di internet e il processo di globalizzazione sembravano
dare ragione a chi sosteneva che i confini, i decreti, insomma i vincoli
di Stato fossero inadeguati ai tempi. Così il profesùr decise di
appoggiare il movimento di Bossi, che sembrava deciso a riformare
radicalmente il sistema. Peraltro la Lega, che era estranea al regime
partitocratico, poteva trarre vantaggio dal disfacimento della «prima
repubblica»; e non è un caso che Bossi abbia soffiato a lungo sul fuoco
dell'indignazione popolare, e che in un primo tempo molti lo abbiano
votato soprattutto per castigare i vecchi partiti di governo.
La Lega, movimento di protesta, propugnava una vera rivoluzione: nel
clima tutto particolare dei primi anni Novanta, infatti, introdusse nel
dibattito politico i temi del federalismo, condannando la
redistribuzione della ricchezza; anche per questo strati sempre più
consistenti della borghesia settentrionale davano il proprio consenso al
movimento nordista. Dopo la rottura con Miglio e la prima esperienza di
governo, terminata con il celebre «ribaltone», Bossi diede il via alla
campagna per «l'indipendenza della Padania»: alle elezioni del 1996 il
movimento si presentò quale alternativa ai due schieramenti di
centrodestra e centrosinistra, conquistando il più alto numero di voti
nella sua storia: 4.038.239. [2]
Alle parole e ai numeri non seguirono i fatti, e qualche anno dopo la Lega, abbandonata l'«avventura» separatista, tornava dalla parte di Berlusconi. Gli indipendentisti si trovarono dinanzi ad un bivio: rinnegare la secessione per seguire le manovre strategiche del capo, o abbandonare il movimento per cercar fortuna altrove?
Ad oggi, molti di questi fuoriusciti animano dei piccoli partiti autonomisti o indipendentisti. Ogni movimento secessionista lombardo o veneto è costretto a fare i conti con l'esperienza leghista degli anni Novanta; e in effetti tutti i partiti di questo genere devono molto all'epopea di Bossi, benché spesso tentino di negarlo. Decisi a rompere i ponti con il passato, pare abbiano voluto sbarazzarsi dell'arroganza di Bossi come della sottigliezza di Miglio, del sole delle Alpi come dei più profondi studi del professore comasco. Ciò che accomuna questi gruppuscoli è l'ostilità per la Lega; tutto il resto li separa, e anche al loro interno i dibattiti sono accesi e gli scontri frequenti (il frazionismo, infatti, è un male di cui soffrono moltissimi movimenti regionalisti). Sembra comunque che gli indipendentisti del Duemila, a parte forse qualche eccezione, abbiano deciso di battere la strada del populismo, del «tradizionalismo» esasperato, del protezionismo: quasi ignorassero non solo le intuizioni di Gianfranco Miglio, ma anche tutto un filone di pensiero, quello liberale e libertario, in grado di legittimare con forza le aspirazioni all'autogoverno e alla secessione. Peccato, perché sotto molti aspetti l'idea libertaria può offrire solido sostegno al separatismo.
Qualunque movimento indipendentista sostiene che una parte della
popolazione sia danneggiata o addirittura sfruttata dal governo
centrale, e che quella minoranza starebbe meglio se riuscisse ad
sottrarre sé, il proprio territorio e la propria ricchezza alle grinfie
del potere centrale. Nessuna rivendicazione indipendentista, dunque, può
fare a meno di basarsi sull'idea che ad un governo ingiusto sia
legittimo ribellarsi.
Un convinto assertore del diritto di resistenza ad un governo oppressivo
(che non si regga cioè sul consenso dei governati ma solo sulla forza
bruta) è John Locke, capostipite del pensiero liberale classico. Scrive
il filosofo inglese:
«Sebbene in una società politica costituita, che poggi sui propri
fondamenti e deliberi secondo natura, cioè a dire in vista della
conservazione della comunità, non vi possa essere che un solo potere
supremo, ch'è il legislativo, [...] rimane sempre nel popolo il
potere supremo di rimuovere o alterare il legislativo, quando vede che
il legislativo delibera contro la fiducia in esso riposta. Infatti,
poiché ogni potere, conferito con fiducia per il conseguimento di un
fine, è limitato da questo fine medesimo, ogniqualvolta il fine viene
manifestamente trascurato o contrastato, la fiducia deve necessariamente
cessare, e il potere ritornare nelle mani di coloro che l'hanno
conferito, i quali possono nuovamente collocarlo dove meglio giudicano,
per la loro tranquillità e sicurezza. È così che la comunità conserva
sempre il potere supremo di preservarsi dagli attentati e dalle
intenzioni di chicchessia, anche dei suoi legislatori, ogniqualvolta
questi siano così insensati o perversi da concepire e perseguire
intenzoni contrarie alla libertà e proprietà dei sudditi.» [3]
Queste parole scardinano l'intera «gabbia legalitaria» che impedisce per
esempio ai lombardi di chiedere un referendum per l'indipendenza:
secondo Locke è diritto dei governati opporsi ad un potere che sentono
estraneo e pericoloso, e non c'è costituzione né decreto che tenga. Non è
un caso che a Locke, e alla sua teoria dei diritti naturali, si ispiri
la dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti: uno dei suoi
redattori, Thomas Jefferson, era un fervente sostenitore delle idee del
filosofo britannico. Mentre in gran parte d'Europa fioriva
l'assolutismo, in America trovava le sue radici una tradizione politica
incentrata sui diritti dell'individuo e sulla difesa della proprietà.
Del resto, anche Henry David Thoreau ne La disobbedienza civile elogia apertamente il diritto di resistenza:
«Esistono leggi ingiuste: dobbiamo rallegrarci di obbedirvi o dobbiamo tentare di emendarle? Dobbiamo obbedirle finché la nostra azione non avrà successo o dobbiamo trasgredirle immediatamente? Generalmente gli uomini [...] pensano di dover aspettare fino al giorno in cui avranno persuaso la maggioranza a cambiare le leggi. Essi ritengono che, se si opponessero ad essa, la cura sarebbe peggiore del male che si voleva combattere. Ma è colpa dello stesso governo se il rimedio è peggiore del male. È il governo a renderlo peggiore.» [4]
«Esistono leggi ingiuste: dobbiamo rallegrarci di obbedirvi o dobbiamo tentare di emendarle? Dobbiamo obbedirle finché la nostra azione non avrà successo o dobbiamo trasgredirle immediatamente? Generalmente gli uomini [...] pensano di dover aspettare fino al giorno in cui avranno persuaso la maggioranza a cambiare le leggi. Essi ritengono che, se si opponessero ad essa, la cura sarebbe peggiore del male che si voleva combattere. Ma è colpa dello stesso governo se il rimedio è peggiore del male. È il governo a renderlo peggiore.» [4]
In generale, «resistere ad una legge iniqua» può significare anche
rifiutarsi di riconoscere la sovranità di uno Stato su un determinato
territorio e, ad esempio, opporsi a che le risorse ivi prodotte vengano
redistribuite: il diritto di resistenza si coniuga così alle istanze
separatiste di qualunque «nazione senza Stato». Peraltro, si adatta
particolarmente bene al caso italiano: la voglia di secessione di veneti
e lombardi, in effetti, nasce più per motivi fiscali che per
un'effettiva discriminazione «etnica». [5]
Anche Ludwig von Mises sosteneva che dovessero essere i governati a
decidere in merito ai confini: concetto rivoluzionario nell'Europa degli
Stati-nazione, chiusi in se stessi e fedeli ad una vera e propria
«religione laica» che aveva proprio nel confine (si pensi alla
«frontiera» de La leggenda del Piave) uno dei suoi idoli. Scrive l'economista austriaco nel suo saggio Liberalismo:
«Il diritto di autodeterminazione, in ordine alla questione
dell'appartenenza a uno Stato, significa dunque questo: che se gli
abitanti di un territorio -si tratti di un singolo villaggio, di una
regione o di una serie di regioni contigue- hanno espresso chiaramente
attraverso libere votazioni il desiderio di non rimanere nella compagine
statale cui attualmente appartengono e la volontà di costituire un
nuovo Stato autonomo, o l'aspirazione ad appartenere ad un altro Stato,
di questo desiderio bisogna tener conto. Solo questa soluzione può
evitare guerre civili, rivoluzioni e guerre internazionali.» [6]
Nella seconda metà del XX secolo, in America, nasce una corrente di
pensiero più radicale di quella liberale, ma che ad essa deve i suoi
principi cardine: l'anarco-capitalismo di Murray Rothbard. Al tema della
nazione, tornato d'attualità dopo il fragoroso crollo dell'Unione
Sovietica e del socialismo reale, il professore americano dedica un
saggio intitolato Nazioni per consenso. Qui più che mai è la
volontà degli individui a giocare un ruolo centrale: Rothbard non ha
riguardi né per i dogmi nazionalisti né per la mitologia del confine
«sacro ed inviolabile». Rifiuta in particolare l'idea secondo cui ogni
Stato nazionale «"possiede" la sua intera area geografica nello
stesso giusto e proprio modo in cui ogni singolo proprietario possiede
la sua persona e la proprietà. » [7]
Dall'idea rigida e fossilizzata di nazione spuntano come funghi dei tratti arbitrari e cavillosi: «Solo un paio d'anni fa, l'opinione dell'establishment [...] proclamava
ad alta voce l'importanza di mantenere "l'integrità territoriale" della
Jugoslavia e denunciava con acredine tutti i movimenti secessionisti.
Ora, solo poco tempo dopo, lo stesso establishment, ancora recentemente
schierato a favore dei serbi in quanto campioni della "nazione
jugoslava" e avversari degli abietti movimenti secessionisti che
cercavano di distruggere quella "integrità", insulta e vuole schiacciare
i serbi, rei dell'"aggressione" alla "integrità territoriale" della
"Bosnia" o "Bosnia-Erzegovina", una "nazione" fabbricata che prima del
1991 non aveva più esistenza della "nazione del Nebraska"». [8]
L'ovvia conclusione è che «ogni gruppo e ogni nazionalità dovrebbero aver modo di secedere da ogni Stato nazionale e di congiungersi con ogni altro Stato nazionale che concordi nel riceverlo.» [9]
L'ovvia conclusione è che «ogni gruppo e ogni nazionalità dovrebbero aver modo di secedere da ogni Stato nazionale e di congiungersi con ogni altro Stato nazionale che concordi nel riceverlo.» [9]
Un allievo di Murray Rothbard, il filosofo anarco-capitalista
Hans-Hermann Hoppe, riconosce apertamente la legittimità di qualunque
rivendicazione separatista:
«Il secessionismo e la crescita di movimenti separatisti e
regionalisti nell'Europa orientale e occidentale, in Nord America e
altrove, non rappresentano un anacronismo, ma la forza potenzialmente
più rivoluzionaria della storia, specialmente alla luce del fatto che
con il crollo dell'Unione Sovietica siamo arrivati più vicini che mai
all'istituzione di un "nuovo ordine mondiale". La secessione
incoraggia le diversità etniche, linguistiche, religiose e culturali,
mentre nel corso di secoli di centralizzazione sono state soppresse
centinaia di diverse culture. Porrà fine all'integrazione forzata
determinata dalla centralizzazione e, invece di provocare conflitti
sociali e livellamento culturale, promuoverà la pacifica concorrenza
cooperativa di diverse culture territorialmente separate. [...] Un
mondo composto da decine di migliaia di diversi paesi, regioni e
cantoni e da centinaia di migliaia di libere città indipendenti come le
"stranezze" rappresentate oggi da Monaco, Andorra, San Marino,
Linchtenstein, Hong Kong, Singapore [...] sarebbe un mondo di
governi liberali economicamente integrati attraverso il libero mercato e
una valuta internazionale rappresentata dall'oro, con crescita economica, prosperità e progresso culturale senza precedenti.» [10]
Dal Seicento ad oggi, pare che nessuna tradizione filosofica più di
quella liberale abbia dato sostegno maggiore ai secessionisti di tutti i
tempi e di tutti i continenti; e molte delle ragioni che spingono gli
scozzesi, i catalani, i veneti o i lombardi all'indipendenza sembrano
perfettamente compatibili con le idee a cui i liberali e i libertari
sono affezionati.
Questo non deve stupire, poiché chi cerca di sfuggire ai soprusi di un
governo lontano ed arrogante non fa che difendere i propri diritti
individuali ed inalienabili: «la vita, la proprietà, la ricerca della felicità».
Nessun commento:
Posta un commento