Fonte: "Il Gazzettino", 17 maggio 2013
di MASSIMO FINI
Fino
a qualche tempo fa almeno nelle tre ultime giornate di campionato le
partite si giocavano tutte la domenica e alla stessa ora perchè le
squadre che erano il lotta per lo scudetto o per la retrocessione o per
l'ammissione alla Coppa dei Campioni non potessero avantaggiarsi
conoscendo il risultato delle rivali. Domenica scorsa è stato infranto
anche quest'ultimo tabù. E' vero che gli organizzatori hanno avuto
l'accortezza di raggruppare le partite delle squadre che si battevano
per non retrocedere alla mattina, ma la Fiorentina, in questa alchimia,
ha giocato prima del Milan cui contende il posto per entrare nei
preliminari di Coppa. Il tutto naturalmente per esigenze televisive. La
Tv ha stuprato il calcio. Lo spia. Un giocatore che ha ricevuto un
tremendo pestone non puo' ululare una sacrosanta bestemmia, che
l'arbitro non ha sentito o ha saggiamente ignorato, perchè il 'labiale'
lo inchioda. Ha osato entrare perfino nel sacrario degli spogliatoi. E
alla fine del primo tempo un giocatore, sfinito, viene arpionato
dall'intervistatore perchè dica le solite ovvietà.
Questa
pervasività televisiva non è che uno degli aspetti di quel business che
ha spogliato il calcio di tutti gli elementi rituali, simbolici,
mitici, identitari, irrazionali che ne hanno fatto la fortuna per più di
un secolo. Tifare significa riconoscersi in una squadra, nella sua
storia, nella sua tradizione, nei suoi colori, nella sua maglia, in
certi giocatori-simbolo, nel suo carattere la cui continuità era
assicurata dal passaggio di testimone di generazione in generazione fra
gli 'anziani' e i giovani del vivaio. Tutto sparito. O quasi. Giocatori,
anche importantissimi, cambiano squadra ogni anno o addirittura nella
stessa stagione con tanti saluti alla regolarità dei campionati. Ci sono
squadre che giocano con undici stranieri. Abbandonati i vivai (eppure
il Barcellona ha dimostrato che si puo' costruire una grandissima
squadra quasi esclusivamente con la 'cantera', Iniesta, Xavi, Busquets,
Piqué e lo stesso Messi che vi arrivo' a tredici anni). Del resto appena
appare in una squadra di media classifica un ragazzino promettente le
'grandi' glielo ranzano via subito a suon di milioni. Casi come quelli
di Riva, di Antognoni, di Bulgarelli che rimasero tutta la vita in
squadre fuori dal giro delle 'grandi' non si ripeteranno più. Nemmeno le
maglie sono più sacre, in trasferta gli sponsor pretendono che abbiano
colori diversi. Come si fa ad identificarsi? Intanto sul campo si
assiste a scene grottesche. Una volta c'era un arbitro coadiuvato da due
guardialinee. Adesso c'è il 'quarto uomo' e quattro semiarbitri
piazzati sulla linea di porta. Per decidere su un fallo fanno un'assemblea.
Il
calcio era una grande festa nazionalpopolare, una 'festa di tutti',
interclassista. Allo stadio sedevano accanto l'imprenditore e il suo
operaio. Adesso, con la politica degli abbonamenti, la 'suburra' viene
stipata dietro le porte (eppoi ci si meraviglia se accadono incidenti).
C'è chi ha Sky e chi non ce l'ha. Da interclassista il calcio è
diventato classista, riproducendo, come uno specchio, cio' che accade
nella società italiana.
Con
tutte queste belle innovazioni il calcio da stadio (l'unico, vero,
calcio) ha perso dal 1982, anno dell'introduzione del 'terzo straniero',
il 40% degli spettatori. Si è ridotto a spettacolino televisivo, come
una qualsiasi 'Domenica in', da fruirsi solipsisticamente a casa. E
perdendo tutti i suoi contenuti specifici susciterà un interesse sempre
più generico, vago, intercambiabile che, come tale, prima o poi si
rivolgerà altrove. Gli apprendisti stregoni avranno cosi' ucciso, per
avidità e overdose, 'la gallina dalle uova d'oro', e il razionalismo
nella forma del denaro avrà realizzato, è il caso di dirlo, l'ennesimo
autogol.
Massimo Fini
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