In questo momento Obama è il presidente più libero del mondo: non deve essere rieletto e può decidere quale testamento politico affidare alla storia. 30 anni fa, sperando nella rielezione frustrata dalla vittoria di Reagan, Jimmy Carter aveva segretamente preparato il trattato che normalizzava i rapporti con Cuba.
La trama diplomatica era affidata al senatore democratico Wayne Smith, incaricato d’affari Usa all’Avana .
In tanti siamo andati a parlargli per scoprire come Carter e Fidel erano riusciti a mettersi d’accordo, ma Smith concedeva aneddoti di scarso interesse nella speranza – ripeteva – che un altro presidente democratico potesse tirar fuori dal cassetto il protocollo che abbatteva l’ultimo muro della Guerra fredda. Sono passati troppi anni. L’Avana non è ormai la vetrina delle tentazioni di una Russia che non c’è più e l’arsenale che inquietava Washington è ridotto a magazzino di armi d’antiquariato. Signori della rivoluzione ormai stanchi. Si sta decidendo se lasciarli svanire prima di considerare Cuba un paese come gli altri.
È vero che l’embargo è diventato parola quasi vuota, ma che la situazione sopravviva nell’universo globalizzato un po’ spaventa e un po’ fa ridere. Obama ha riaperto le porte: 6 voli al giorno per Miami, due a Los Angeles, due a New York. Raul si adegua col passaporto per tutti e il permesso di restare due anni lontano dall’isola dove ogni settimana arriva il cargo umanitario, aiuti per “parenti ” che spesso non li sono.
Via vai programmato da Carlos Salandrigas, presidente della Premier Bank of America di Miami e leader
storico dell’anticastrismo della Florida. Ha cambiato idea e sta lavorando assieme a Raul per la Cuba del futuro con resistenze forsennate fra gli ultras dell’emigrazione americana e i conservatori fedeli a Fidel.
Il Cardinale Ortega e gli intellettuali del partito si sono messi d’accordo nel recupero della diaspora dei Salandrigas dal conto rotondo in banca. Quasi metà di chi ha votato Obama in Florida ha radici cubane, seconda e terza generazione di esuli dalla rabbia annacquata, ma che non si spegne, perché il Fidel in carrozzella resta il monumento da abbattere, impegno rassodato dai milioni di dollari distribuiti dal Dipartimento di Stato. Radio, Tv, giornali, comitati dal reducismo avventuroso, insomma, posti di lavoro senza pensieri che per mezzo secolo hanno rallegrato lo stipendio di tanti. Dialogo da scongiurare come si scongiura la disoccupazione.
Anche l’Avana ha gli stessi problemi: negli anni di Fidel un posto nello stato era un posto per sempre, proprio il posto che adesso non c’è più. Smontare reti di spie e di propagande e smontare l’informazione imbavagliata nei comunicati imposti a giornali e Tv, impegna Washington e l’Avana in una rivoluzione non semplice da digerire con i quadri del partito nelle mani dei conservatori e con la Camera nelle mani dei repubblicani.
Ma con Obama, mai dire mai.
È vero che l’embargo è diventato parola quasi vuota, ma che la situazione sopravviva nell’universo globalizzato un po’ spaventa e un po’ fa ridere. Obama ha riaperto le porte: 6 voli al giorno per Miami, due a Los Angeles, due a New York. Raul si adegua col passaporto per tutti e il permesso di restare due anni lontano dall’isola dove ogni settimana arriva il cargo umanitario, aiuti per “parenti ” che spesso non li sono.
Via vai programmato da Carlos Salandrigas, presidente della Premier Bank of America di Miami e leader
storico dell’anticastrismo della Florida. Ha cambiato idea e sta lavorando assieme a Raul per la Cuba del futuro con resistenze forsennate fra gli ultras dell’emigrazione americana e i conservatori fedeli a Fidel.
Il Cardinale Ortega e gli intellettuali del partito si sono messi d’accordo nel recupero della diaspora dei Salandrigas dal conto rotondo in banca. Quasi metà di chi ha votato Obama in Florida ha radici cubane, seconda e terza generazione di esuli dalla rabbia annacquata, ma che non si spegne, perché il Fidel in carrozzella resta il monumento da abbattere, impegno rassodato dai milioni di dollari distribuiti dal Dipartimento di Stato. Radio, Tv, giornali, comitati dal reducismo avventuroso, insomma, posti di lavoro senza pensieri che per mezzo secolo hanno rallegrato lo stipendio di tanti. Dialogo da scongiurare come si scongiura la disoccupazione.
Anche l’Avana ha gli stessi problemi: negli anni di Fidel un posto nello stato era un posto per sempre, proprio il posto che adesso non c’è più. Smontare reti di spie e di propagande e smontare l’informazione imbavagliata nei comunicati imposti a giornali e Tv, impegna Washington e l’Avana in una rivoluzione non semplice da digerire con i quadri del partito nelle mani dei conservatori e con la Camera nelle mani dei repubblicani.
Ma con Obama, mai dire mai.
di Maurizio Chierici
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