Nella vicenda georgiana è stato tirato in ballo di tutto: oleodotti, missili, presidenti fulminati, eserciti, diplomazia, equilibri mondiali. Alla fine si rischia di dimenticare che il pasticcio è nato dalla voglia di indipendenza di due piccole comunità dal nome impronunciabile – Abcazia e Ossezia del Sud – e dalla voglia ancora più grande della Georgia di non concedere nulla. La realtà di queste autonomie annega nella pelosa confusione in materia in cui annaspano gli schizofrenici imperi coinvolti. Da una parte c’è infatti la Russia che sostiene l’autonomia degli Osseti del Sud e la nega a quelli del Nord e ai loro vicini ceceni. Dall’altra gli Stati Uniti che – forse confondendo questa Georgia con la loro – non riconoscono i buoni diritti degli Osseti ma che, per quelli assai meno inossidabili di Bosniaci e Kossovari, non hanno esitato a scaricare bombe su una civile parte d’Europa.
Condoleeza Rice strepita sull’intangibilità dei confini. Neanche un secolo fa un presidente americano, Woodrow Wilson, aveva portato il suo paese in guerra proprio per affermare il contrario e tentare (con poco successo) di garantire frontiere costruite su “linee di nazionalità chiaramente riconoscibili” e sull’autodeterminazione delle comunità.
Alla fine la sola certezza che rimane ai comuni mortali è che i confini stabiliti dai potenti siano assai più importanti della volontà dei popoli a stare con chi gli pare. E se le due cose non coincidono, deve essere la gente ad alzare i tacchi portandosi dietro storia e masserizie. Ne sanno qualcosa 2 milioni di Greci, 12 milioni di Tedeschi, 5 milioni di Polacchi, gli Istriani e – in tempi ancora più recenti – i Serbi delle Craine. Questi sono i fortunati, perchè ad Armeni e Ruteni è andata molto peggio.
Ma emerge anche un’altra scoraggiante verità: non tutte le minoranze hanno (o non hanno) gli stessi diritti, non tutte le autonomie sono uguali. Per l’indipendenza del Montenegro e del Kossovo si sono agitati e impegnati tutti i potenti. Per altri non è così: oggi tocca agli Osseti, ma nelle stesse condizioni si trovano da sempre Bretoni, Corsi, Baschi, Sardi e cento altri popoli senza santi in paradiso e che la geografia ha condannato ad avere vicini di casa grossi e muscolosi. Nessuno bombarderà Ankara per la libertà dei Curdi e neppure dei Georgiani al di qua del confine turco. Non ci saranno tribunali internazionali né Carledelponte per i generali cinesi che devastano il Tibet. Si può assecondare qualche aspirazione di Catalani e Scozzesi, purché non esagerino. Occitania e Padania sono invece inviolabili tabù.
Eppure la Risoluzione 1514 dell’ONU statuisce seriosa – ma inascoltata - che “tutti i popoli hanno diritto all’autodeterminazione”. E sulla legittimità di ogni modifica volontaria, democratica e pacifica dei confini parla chiaro l’articolo 5 della Carta delle Autonomie Locali della Comunità europea.
Tutte cose ignorate con olimpica serenità in Italia, dove l’intangibilità di gerarchie e confini è il più sacro dei dogmi patriottici. Le firme della maggioranza dei cittadini dell’Ossola che chiedevano educatamente l’autonomia giacciono ignorate nel cassetto di qualche Ministero romano, le decine di Comuni che hanno democraticamente chiesto di cambiare Provincia o Regione se lo possono scordare. La civile richiesta di autonomia da parte delle Regioni padane indigna i Governatori di quelle meridionali. Qui sulle ragionevoli utopie della “dottrina Wilson” continua a prevalere la maschia “dottrina Loiero”. Cuiusque suum.
Gilberto Oneto
Condoleeza Rice strepita sull’intangibilità dei confini. Neanche un secolo fa un presidente americano, Woodrow Wilson, aveva portato il suo paese in guerra proprio per affermare il contrario e tentare (con poco successo) di garantire frontiere costruite su “linee di nazionalità chiaramente riconoscibili” e sull’autodeterminazione delle comunità.
Alla fine la sola certezza che rimane ai comuni mortali è che i confini stabiliti dai potenti siano assai più importanti della volontà dei popoli a stare con chi gli pare. E se le due cose non coincidono, deve essere la gente ad alzare i tacchi portandosi dietro storia e masserizie. Ne sanno qualcosa 2 milioni di Greci, 12 milioni di Tedeschi, 5 milioni di Polacchi, gli Istriani e – in tempi ancora più recenti – i Serbi delle Craine. Questi sono i fortunati, perchè ad Armeni e Ruteni è andata molto peggio.
Ma emerge anche un’altra scoraggiante verità: non tutte le minoranze hanno (o non hanno) gli stessi diritti, non tutte le autonomie sono uguali. Per l’indipendenza del Montenegro e del Kossovo si sono agitati e impegnati tutti i potenti. Per altri non è così: oggi tocca agli Osseti, ma nelle stesse condizioni si trovano da sempre Bretoni, Corsi, Baschi, Sardi e cento altri popoli senza santi in paradiso e che la geografia ha condannato ad avere vicini di casa grossi e muscolosi. Nessuno bombarderà Ankara per la libertà dei Curdi e neppure dei Georgiani al di qua del confine turco. Non ci saranno tribunali internazionali né Carledelponte per i generali cinesi che devastano il Tibet. Si può assecondare qualche aspirazione di Catalani e Scozzesi, purché non esagerino. Occitania e Padania sono invece inviolabili tabù.
Eppure la Risoluzione 1514 dell’ONU statuisce seriosa – ma inascoltata - che “tutti i popoli hanno diritto all’autodeterminazione”. E sulla legittimità di ogni modifica volontaria, democratica e pacifica dei confini parla chiaro l’articolo 5 della Carta delle Autonomie Locali della Comunità europea.
Tutte cose ignorate con olimpica serenità in Italia, dove l’intangibilità di gerarchie e confini è il più sacro dei dogmi patriottici. Le firme della maggioranza dei cittadini dell’Ossola che chiedevano educatamente l’autonomia giacciono ignorate nel cassetto di qualche Ministero romano, le decine di Comuni che hanno democraticamente chiesto di cambiare Provincia o Regione se lo possono scordare. La civile richiesta di autonomia da parte delle Regioni padane indigna i Governatori di quelle meridionali. Qui sulle ragionevoli utopie della “dottrina Wilson” continua a prevalere la maschia “dottrina Loiero”. Cuiusque suum.
Gilberto Oneto
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