Vorrebbero chiudere Report ma non possono farlo. Almeno per ora. Cancellarlo dai palinsesti sarebbe una mossa troppo scoperta. Persino in un Paese semi narcotizzato come il nostro, che sembra aver perso qualsiasi capacità di reazione collettiva di fronte all’arroganza dell’establishment politico ed economico, verrebbe recepita per quello che è: un abuso di potere ai danni di professionisti ineccepibili. Una censura preventiva, e onnicomprensiva, che invece di limitarsi al singolo caso pretende di eliminare il problema alla radice, togliendo il diritto di parola a chi lo utilizza nel tentativo di far emergere la verità.
L’alternativa a questa infame “soluzione finale” è tanto ovvia quanto subdola. Consiste nel moltiplicare le azioni di disturbo. Nel mettere i bastoni tra le ruote e nell’ostacolare in tutti i modi la marcia. Sabotaggi grandi e piccoli travestiti da atti di routine. C’è solo l’imbarazzo della scelta, specialmente in una realtà come quella della Rai che è una via di mezzo tra un ministero e una holding. E che perciò ha tutti i vizi sia di un ente pubblico, dalla mentalità burocratica ai condizionamenti della politica, sia di un grande oligopolio privato, dalla elefantiasi organizzativa alla sicumera di un management abituato a spadroneggiare dall’alto della sua posizione dominante.
L’attacco, per quanto riguarda Report, è ormai pianificato e potrebbe concretizzarsi da un momento all’altro.
I vertici di Viale Mazzini avrebbero intenzione di togliere alla trasmissione l’assistenza legale dell’azienda, assistenza che peraltro era già mancata in passato e che era stata conquistata solo col tempo e a prezzo di lunghe e accese discussioni. Paolo Ruffini, L’attuale direttore di Rai 3, Paolo Ruffini, denuncia il pericolo dalle colonne di Repubblica: «È un programma che si basa su una squadra di freelance. A questi giornalisti la Rai ha garantito copertura legale negli anni passati. Ora l'azienda vuole rivedere la clausola, nonostante il parere contrario della rete. Report è un patrimonio e quindi è utile alla Rai».
Nulla di casuale: proprio per la sua vocazione al vero giornalismo d’inchiesta, che non esita a lanciare accuse e a fare nomi e cognomi, Report ha accumulato in passato – e certamente accumulerà in futuro – una quantità di querele e di richieste di risarcimento. Per quanto non abbia mai perso una causa, a dimostrazione del fatto che le sue requisitorie non scaturiscono dal pregiudizio ma da elementi obiettivi, si tratta comunque di un onere col quale bisogna fare i conti. E che si traduce, nella migliore delle ipotesi, in un’immane perdita di tempo. Come ricordava nel febbraio dell’anno scorso Milena Gabanelli, conduttrice e responsabile del programma, «Nel 2007 le cause arrivano ad un numero talmente elevato che passo più tempo a difendere me e i miei colleghi che non a lavorare».
Se sarà confermata, dunque, la mossa della Rai non avrà nessuna giustificazione né giuridica né tantomeno morale. La mancata tutela di Report è un favore che si fa a tutti quelli che hanno motivo di temere le sue inchieste. È un ulteriore tassello della strategia di chi mira a mettere il bavaglio a quel poco di informazione libera, e qualificata, che ancora esiste in Italia.
giovedì 17 settembre 2009
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